Riportare al centro la cura delle persone, della natura e della democrazia per ripensare, davvero, un’Europa del futuro più vicina ai cittadini e capace di governare le grandi trasformazioni del presente. È da queste premesse che parte l’appello gli “Stati Generali della Cura per una nuova Europa” lanciato dal regista Berardo Carboni lo scorso 11 settembre alla 83ª Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, in occasione della premiazione del suo film “Greta e le favole vere” con il Green Drop Award, che dal 2012 nell’ambito della Mostra del Cinema premia il film capace di interpretare meglio i temi dell’ecologia, della sostenibilità e della cooperazione tra i popoli.

In un’intervista rilasciata a Focus Europe, Carboni racconta come l’iniziativa non sia stata programmata, ma frutto di un’intuizione nata proprio in occasione della premiazione del film, per portare fuori allo schermo una riflessione sulla crisi climatica, sulla partecipazione dei cittadini e sul futuro dell’Europa.

L’iniziativa è stata presentata l’11 settembre alla 83ª Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, dove “Greta e le favole vere” ha vinto il Green Drop Award. In occasione della premiazione Carboni ha annunciato il lancio di una petizione su Change.org per dare avvio agli Stati Generali della Cura. Il regista ha dedicato il riconoscimento a Greta Thunberg e ha annunciato che le firme raccolte saranno consegnate all’attivista svedese e al suo team insieme a un invito formale a partecipare al progetto. Il primo traguardo indicato da Carboni è quello delle diecimila firme, alle quali dovrebbe seguire una prima assemblea chiamata a individuare dodici “guide”, personalità del mondo scientifico, culturale e dell’attivismo capaci di accompagnare il percorso. Al centro c’è l’idea di un’Europa federale ma più vicina ai cittadini, fondata sulla cura delle persone, della natura e della democrazia e sulla convinzione che la politica debba tornare a governare anche le grandi trasformazioni tecnologiche, a partire dall’intelligenza artificiale.

Alla base dell’iniziativa c’è una convinzione che Carboni sintetizza richiamando direttamente il titolo del film: perché una “favola vera” diventi tale non basta immaginarla, bisogna farla accadere. “Se uno decide di farlo, serve a poco, ma se migliaia di persone decidono di farlo si comincia a formare qualcosa. Se diventano centinaia di migliaia, la cosa succede”, spiega il regista. È quindi prima di tutto una questione di partecipazione e, nelle parole di Carboni, di “autodeterminazione”, ovvero recuperare la consapevolezza che i cittadini possano ancora incidere sulle decisioni collettive invece di aspettare che il cambiamento venga esclusivamente dalle istituzioni.

Il progetto, precisa il regista è “un’iniziativa civica che dovrebbe anche confrontarsi con le istituzioni”, ma che in questa prima fase deve svilupparsi autonomamente, nella società.

Carboni richiama come precedente la Conferenza sul futuro dell’Europa, esperienza che considera importante ma che non è stata portata fino in fondo. “Era un percorso che in astratto era perfetto, ma è stato un po’ tradito e abbandonato”, ammette il regista. Da lì sarebbe rimasta anche una sensazione di sospensione e di diffidenza che gli Stati Generali vorrebbero provare a superare. Tuttavia, Carboni non attribuisce la responsabilità soltanto alle istituzioni. “Siamo tutti responsabili”, afferma, perché non è possibile “dare la colpa alle istituzioni se poi ognuno pensa soltanto a sé stesso”.

Per Carboni è proprio la dimensione collettiva della cittadinanza ad essersi progressivamente indebolita in questi decenni. “Se noi non riusciamo a governare l’Europa come comunità, come cittadini di tante diverse nazioni, è come se non governassimo noi stessi”, fa notare. In questo modo una parte della vita pubblica viene così delegata e lasciata in una condizione di distanza crescente rispetto ai cittadini.

“Greta e le favole vere” premiato a Venezia, il regista Carboni lancia gli Stati Generali della Cura per una nuova Europa

La genesi di “Greta e le favole vere”

Come racconta il regista, il percorso degli Stati Generali viene da lontano, ma il legame più immediato passa inevitabilmente attraverso “Greta e le favole vere”. Carboni fa risalire la nascita del film al 2019 e a un incontro, in piazza, con Greta Thunberg. All’epoca alcuni produttori gli avevano proposto di pensare a un film rivolto ai ragazzi, partendo anche dal linguaggio che aveva utilizzato nelle opere precedenti, nelle quali cinema del reale, attori e animazione convivevano. Per il regista si trattava però di trovare una storia che non appartenesse soltanto a un genere, ma che fosse coerente con il proprio mondo.

“Pensavo ai film che mi avevano formato”, racconta, citando soprattutto “E.T.” e “La storia infinita”. Proprio mentre rifletteva su quel tipo di cinema, si trovò ad ascoltare Greta Thunberg parlare della necessità di agire per rallentare o fermare la crisi climatica. “Da questo cortocircuito nasce la storia del film”, racconta Carboni.

Anche la scelta di Sara Ciocca come protagonista ha finito per rafforzare questo legame. Carboni racconta di averla selezionata innanzitutto per ragioni artistiche, scoprendo poi in lei una sensibilità già molto vicina ai temi dell’attivismo ambientale. Nel film interpreta una ragazza che, ispirata da Greta Thunberg, comincia a sua volta a compiere azioni di attivismo climatico. E proprio questo ha reso naturale, per Carboni, riportare la figura di Greta al centro anche nel momento in cui si è deciso di trasformare il messaggio cinematografico in un’iniziativa civile.

C’è però un altro elemento della figura dell’attivista svedese che Carboni considera particolarmente importante: la capacità di esercitare un forte carisma senza trasformarsi nel centro permanente del movimento. Infatti, come notato dal regista Greta “non tende a essere accentratrice, anzi si mette sempre un po’ a lato”. Questo approccio è quello che dovrebbe essere riprodotto negli Stati Generali immaginato come portato avanti da “tante guide” e non “da un leader”. Il progetto dovrebbe quindi progressivamente separarsi dalla figura di chi lo ha lanciato. Artisti e personalità pubbliche possono servire inizialmente per far conoscere l’iniziativa, ma successivamente dovranno entrare soprattutto competenze scientifiche e tecniche.

Carboni insiste su questo punto: le proposte concrete non possono essere elaborate soltanto dagli artisti. Servono persone che abbiano studiato per anni le questioni istituzionali, ambientali, economiche e sociali sulle quali gli Stati Generali dovranno confrontarsi.

La cura come nuovo baricentro

“Cura” è la parola intorno alla quale ruota l’intero progetto.  “La cura verso le persone più fragili, ma verso gli altri in generale, e verso la natura”, spiega Carboni. Per il regista “cura” è qualcosa di più di un principio morale: dovrebbe diventare un nuovo baricentro della società. Molto spesso la cura è delegata soltanto a chi la svolge professionalmente, mentre, secondo Carboni “dovrebbe essere in ognuno di noi, una parte della nostra vita ogni giorno, oltre il lavoro”. Carboni parte non a caso da una riflessione sul lavoro. La Costituzione italiana, ricorda, ha costruito intorno al lavoro una parte fondamentale della propria architettura sociale. Un ruolo che il regista non mette in discussione, osservando che il lavoro è stato e continua a essere uno strumento essenziale di emancipazione, ma ammette allo stesso tempo che le trasformazioni tecnologiche rendono necessario pensare anche oltre questo schema.

“Nel tempo il lavoro sarà sempre meno” anche a causa delle nuove tecnologie. Questo cambiamento renderà, quindi, necessario immaginare una società nella quale acquistino spazio altre forme di attività e di partecipazione che dovrebbero rendere il lavoro non solo come sacrificio, ma anche un piacere.

Un’Europa federale e costruita dal basso

Ma quale tipo di Europa è possibile costruire in un momento di grande crisi dei valori democratici, emergere del nazionalismo e di una distruzione del multilateralismo? “Mi immagino un’Europa che è plurinazionale, e questa è una sua grandissima forza, ed è federale”, afferma Carboni. Per il regista alla dimensione federale deve però accompagnarsi, una struttura fortemente radicata nei livelli locali. Il regista utilizza il termine “municipalista”, precisando lui stesso che si tratta di una definizione imperfetta, per indicare un’Europa capace di partire anche “dal basso”. Uno degli obiettivi sarebbe dare maggiore efficacia al principio di sussidiarietà e ricostruire il rapporto tra cittadini e rappresentanza.

Carboni individua, infatti, proprio nella distanza dai meccanismi decisionali una delle fonti dello smarrimento attuale con il cittadino finisce per non comprendere più chi lo rappresenti e attraverso quali strumenti possa effettivamente intervenire sulle scelte dell’Unione.

Da qui anche la critica al diritto di veto.

Carboni considera insostenibile che una decisione sostenuta dalla quasi totalità degli Stati possa essere fermata da un solo governo. Un meccanismo che, sostiene, contribuisce ulteriormente ad allontanare i cittadini dall’idea dell’Europa come “casa” comune e ad accentuarne la debolezza politica.

Il regista non nasconde il carattere ambizioso della proposta, ma parla esplicitamente “di una prospettiva utopica”, insistendo sul “fatto che proprio le utopie possono diventare concrete quando riescono a trasformarsi in un processo collettivo”.

L’intelligenza artificiale e il rischio del “tecno-medioevo”

Dietro questa urgenza c’è una valutazione molto critica anche della fase storica attuale che vede il potere sempre più concentrato in poche mani e fuori dalla sfera democratica e tecnologie come l’intelligenza artificiale, in mano ai privati, in grado di minacciare l’esistenza stessa dell’umanità. Su questo punto Carboni parla di un possibile “tecno-medioevo”, collegando l’erosione del diritto internazionale e dei diritti civili, le guerre, la crisi climatica e la progressiva perdita della capacità delle società di governare i processi tecnologici.

È un problema, osserva, che dovrebbe assorbire “il 90%” dell’attenzione e delle risorse di chi governa perché riguarda direttamente il futuro della specie umana. Eppure, continua, a suo giudizio, “a essere trattato come una questione secondaria”. In questo senso, “l’unica risposta possibile è allora “attivare una moltitudine di persone”.

Ed è qui che giunge in aiuto il ruolo degli artisti e del cinema. “Il compito dell’artista, se è bravo, è quello di riattivare gli animi”, osserva. Il cinema può farlo innanzitutto attraverso le opere, ma anche attraverso ciò che produce intorno alle opere stesse. Carboni parla di una capacità “mitopoietica” del cinema: la possibilità di costruire immaginari che continuano a circolare fuori dalla sala cinematografica. Per “Greta e le favole vere” pensa soprattutto ai bambini e agli adolescenti. L’obiettivo non è impartire una lezione, ma lasciare “un piccolo mattoncino” nella formazione della loro visione del mondo, così come determinati film avevano contribuito a costruire la sua quando era bambino.

Il cinema, inoltre, continua ad agire attraverso il dibattito che produce, le interviste, gli incontri e le iniziative che possono svilupparsi intorno al film. Anche gli Stati Generali della Cura rappresentano, in questo senso, una prosecuzione della storia oltre lo schermo.

La riflessione sulla capacità della società di governare il proprio futuro porta inevitabilmente Carboni sull’intelligenza artificiale. “L’intelligenza artificiale è pericolosissima”, afferma. Ma subito aggiunge un punto decisivo: dipende da come viene utilizzata.

La prima trasformazione riguarda il lavoro. Secondo il regista l’AI sta già sostituendo attività umane e continuerà a farlo, riducendo l’occupazione in numerosi settori. Proprio per questo il problema torna a incrociare il concetto di cura e la necessità di ripensare il rapporto tra lavoro, tempo e ricchezza.

Se l’intelligenza artificiale riuscisse a liberare gli esseri umani dalle mansioni più gravose e ripetitive, distribuendo contemporaneamente i benefici economici prodotti dall’automazione, potrebbe rappresentare uno strumento di progresso.

“Come tutte le tecnologie va regolata”, afferma Carboni. La sua metafora è elementare: “uno strumento può servire a costruire oppure può essere utilizzato per distruggere”. La questione è quindi “soggiogare” la tecnologia a principi etici e politici condivisi. Per questo è necessario “un sistema istituzionale fatto dalle persone, non dalle macchine”, capace di prendere decisioni e orientare l’intelligenza artificiale verso “il migliore sviluppo della nostra società”. Se ciò avvenisse, l’AI potrebbe essere “uno strumento di progresso, di benessere”.

Il discorso torna nuovamente alla politica e alle persone e al loro compito di governare la tecnica e i cambiamenti che da essa derivano. “I meccanismi della rappresentanza potranno cambiare, essere ripensati e probabilmente anche ibridati, ma la dimensione della partecipazione civica rimane insostituibile”, precisa il regista.

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